Il peso della fede: la preparazione di una devota alla Madonna dell’Arco

Il peso della fede

Alle cinque e mezza, a Portico di Caserta, la strada è ancora buia. In casa di Maria le luci si accendono una alla volta.

Lei apre le finestre della camera. Il cielo è uggioso, oggi. Il sole che di solito non manca resta chiuso dietro le nuvole, e dalle persiane entra una luce grigia, ferma. Maria resta un momento a guardare fuori, con le mani ancora sulla corda delle tapparelle, poi si volta ed esce dalla stanza.

Nella stanza accanto, sul letto, ci sono già i sudari. Piegati, in attesa. Nessuno li ha ancora toccati. La casa, a quest’ora, è ancora silenziosa: solo i suoi passi sul pavimento, e da qualche parte, in strada, una saracinesca che si alza.

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La casa

Sul comodino, accanto alla sveglia, ci sono santini, un rosario, una statuina con un lume acceso. Non sono lì per l’occasione. Ci sono sempre. In questa casa la fede non si mette in mostra: si vede lo stesso, negli oggetti, nel modo in cui sono disposti, nella cura con cui vengono spolverati ogni giorno.

Maria attraversa il corridoio in vestaglia. Sulla stoffa, un disegno di quelli comprati per gioco, senza pensarci troppo. Ai piedi porta ancora le ciabatte di casa, un braccialetto al polso. Non c’è niente di sacro, in questo momento. È solo una donna che si sveglia presto, come ogni anno da quando ha memoria.

Non ha bisogno di dirlo a nessuno, cosa sta per fare. In casa lo sanno tutti da sempre: quel giorno dell’anno, Maria si sveglia prima, prepara il caffè da sola, e nessuno la disturba finché non è pronta.

Va in cucina. Le piastrelle sono quelle di sempre, a losanghe bianche. Riempie la moka, la mette sul fuoco, aspetta con una mano appoggiata al manico. È un gesto che ha fatto migliaia di volte, e che oggi ripete allo stesso modo. Non cambia niente, nella forma. Cambia solo quello che c’è dopo.

Il caffè è pronto, lungo come i passi che la separano dal santuario.

Lo versa in un bicchiere piccolo, di quelli che si usano solo in casa, mai per gli ospiti. Lo beve in piedi, appoggiata al piano di lavoro, con lo sguardo verso la finestra. Fuori, la pioggia ha smesso di bagnare i vetri, ma l’aria resta grigia.

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Il rosario

Sul tavolo della cucina, sopra la tovaglia ricamata da sua madre, c’è il rosario. Maria lo prende con due dita, come si prende una cosa che pesa più di quello che sembra. Lo porta alle labbra, gli occhi chiusi per un secondo.

Poi sorride. È un sorriso vero, non composto per l’occasione, delle labbra e degli occhi insieme. Con Maria la fede non è mai un peso cupo: è anche questo, la leggerezza di un gesto ripetuto con qualcuno accanto che la guarda e le sorride indietro.

Restano così qualche minuto, lei e il rosario tra le mani, le braccia nude, gli anelli che segnano ogni dito. Il bicchiere del caffè, vuoto, resta sul tavolo accanto al rosario. Nessuno lo porta via ancora. C’è tempo.

Quel rosario non è nuovo. È lo stesso di sempre, quello che tiene in una scatola insieme alle immaginette, e che tira fuori solo per questo giorno. Il resto dell’anno resta lì, chiuso, ad aspettare.

La preparazione

Gli abiti sono pronti da giorni. Puliti, piegati, profumati, ad aspettare sul letto insieme ai sudari. Maria li ha lavati e stirati lei, senza fretta, nei giorni prima, con la stessa cura di ogni anno.

Si veste in piedi, davanti alla finestra da cui entra ancora quella luce grigia. Annoda la fascia intorno alla vita, stretta, con un gesto che non ha bisogno di uno specchio: le mani sanno già dove passare, dove tirare, dove fermarsi.

Poi si sposta davanti all’armadio e sistema il velo di pizzo sui capelli, un lembo alla volta, con le braccia alzate e il gomito che sfiora l’anta bianca. Sul petto, cucita all’abito, c’è un’immagine della Madonna con il Bambino, dentro una cornice ricamata.

Le regole, mi dice, sono semplici. Ci si prepara, e si parte.

Il cammino

Prima di uscire, Maria alza le mani e le posa sul capo, sopra il velo. Chiude gli occhi. Resta così, immobile, per qualche secondo, come se stesse ascoltando qualcosa che nessun altro nella stanza può sentire.

Sul petto porta il medaglione con l’immagine della Madonna dell’Arco. Non è un ornamento. È quello che la accompagna per tutta la strada, da Portico di Caserta fino al santuario.

Il cammino si fa a piedi, ogni anno, con lo stesso passo di sempre. Non è una corsa contro il tempo. È un tempo che si prende, uguale a quello impiegato per un caffè bevuto in piedi, in una cucina che conosce a memoria, o per un rosario portato alle labbra prima di uscire.

Fuori, in strada, altre porte si aprono. Altre donne escono di casa con lo stesso velo, lo stesso passo lento. Nessuna si saluta con troppe parole: basta uno sguardo, un cenno, e si cammina insieme senza doverselo dire.

Maria apre la porta di casa. La richiude piano, dietro di sé. Fuori, il cielo è ancora grigio, ma la strada, adesso, non fa più paura.

Il caffè, il rosario, il velo. Tre gesti piccoli, ripetuti da anni, che messi in fila fanno un cammino lungo quanto una vita di fede. Nessuno dei tre, da solo, spiegherebbe niente. Insieme, sono tutto quello che serve sapere.

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